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martedì, Febbraio 7, 2023

In Giordania sulle ali della storia

di Elena Pizzetti

da https://blog.ilgiornale.it/viaggiopervoi/2022/12/29/in-giordania-sulle-ali-della-storia/

Sicura, accogliente e più facilmente raggiungibile. La Giordania, tra le migliori destinazioni da vedere nel 2023 secondo gli esperti di Lonely Planet, è ancora più vicina all’Italia grazie a tre nuovi voli settimanali operati dalla compagnia di bandiera Royal Jordanian Airlines tra Milano Malpensa e l’aeroporto Queen Alia International di Amman, hub emergente verso il Medio Oriente. Con servizi dedicati, come la connection con Trenitalia Frecce Rosse, i voli vengono operati il sabato, la domenica e il mercoledì (partenza dal Queen Alia alle 11,45 e arrivo a Malpensa alle 15,15; partenza da Milano alle 16,40 e arrivo ad Amman alle 21,20 ).

Royal Jordanina Airlines

“Royal Jordanian continuerà a sviluppare il suo network e cercherà nuovi mercati attraenti per la sua espansione economica – ha affermato Karim Makhlouf, Chief Commercial Officer di Royal Jordanian Airlines. “La nostra ambizione è diventare la compagnia aerea preferita verso il Medio Oriente. Inoltre, ambiamo ad attrarre più turisti in Giordania offrendo tariffe vantaggiose e ottima qualità del servizio”. Solo tre ore e mezza di volo durante le quali si inizia a sperimentare l’atmosfera rilassata del Regno Hashemita e la proverbiale accoglienza giordana, considerata sacra dai popoli del deserto.

Liberi come il vento in Giordania

Occupata per il 70% da territorio desertico, la Giordania ha una tale concentrazione di storia, luoghi biblici e tesori da riportarci all’origine della stessa nostra storia. Religione, mito e misticismo si mescolano in questo crocevia di culture e di popoli nomadi.  Custodi di una cultura ancestrale, veloci e liberi come il vento, forti come il deserto, capaci di adattarsi all’ambiente come la sabbia, i beduini, nomadi e seminomadi,  carovanieri un tempo e oggi pastori, stanziati soprattutto a est e a sud del Paese, non hanno abbandonato le loro  tende marrone, nere e bianche, tessute con pelo di capra. Lungo le strade di Giordania, se capita di imbattersi in una casa con tenda in giardino, significa che il proprietario, divenuto stanziale, preferise comunque continuare a dormire lì. Non ci sono dati precisi sul loro numero, ma è opinione comune che tanta parte della popolazione giordana abbia origini beduine. Così come la cucina, la cui base è costituita da agnello e montone accompagnati da riso, verdure, legumi con spezie e aromi. Presente naturalmente anche l’influenza mediorentale, soprattutto libanese, con antipasti di  hummus, mutabbal, fattoush e tabbouleh.

La fierezza beduina, plasmata dal deserto, rimanda a storie lontane di carovane che dal sud Arabia, l’Arabia Felix, 2500 anni fa trasportavano a Petra l’incenso dell’Hadramaut e del Dhofar, regioni dello Yemen e dell’Oman, oltre a balsamo, mirra, seta e spezie provenienti dal lontano Oriente con cui le città costiere commerciavano. Viaggiavano per due-tre mesi percorrendo 2.000 chilometri sotto il sole del deserto. Giunti a Petra, i preziosi carichi venivano dirottati a Palmira, Damasco, Costantinopoli e Roma.

Le perle della Decapoli

Tra le distese di ulivi del Nord della Giordania è ancora presente la grandezza di Roma. Gadara, oggi Umm Qais, un tempo appartenente alla Decapoli, confederazione di 10 città sulla frontiera orientale dell’Impero Romano fra le attuali Giordania, Siria e Israele, è una vasta combinazione di rovine romane (in parte ancora sotto terra) costruite in basalto nero e abitazioni ottomane, realizzate anche con le pietre romane, e abitate fino al 1986, quando furono abbandonate per consentire la realizzazione di importanti scavi.

Le rovine di Gadara oggi Umm Qais

Alla Resthouse, un vivace ristorante in mezzo alle rovine, l’orizzonte si apre all’improvviso abbracciando Siria, Israele, Territori Palestinesi, le alture del Golan, il Monte Hermon e il Mare di Galilea (il Lago di Tiberiade). Un antico tunnel collega il sito al lago. Da queste parti Gesù compì uno dei suoi miracoli, trasferendo lo spirito maligno di un indemoniato a una mandria di maiali che si buttò nel Mare di Galilea. L’occhio accarezza la vastità e  scivola lungo il decumano massimo a valle, ancora lastricato, che collegava Gadara ad Abila, a Pella e al Mediterraneo.

Dal passato si vola velocemente nel presente: il tappeto volante in questo caso è la tavola  di Galsoum Al-Sayyah, ottima cuoca,  che, nella sua casa di Umm Qais, delizia i suoi ospiti con gustose pietanze tradizionali come hummus, mejadra (lenticchie con grano e cipolla fritta), shishbarak (agnello con yogurt) e fata’ir (focacce con carne e pomodori). Un’idea, la sua, trasformata in un progetto che valorizza la cultura culinaria giordana, consentendo un’esperienza autentica in un’atmosfera domestica molto piacevole.

Un altro sogno divenuto realtà è il Jordan Trail: una rete di sentieri di 680 km che, da nord a sud, attraversano l’intero Paese collegando Umm Qais ad Aqaba toccando 75 villaggi. Un progetto realizzato da Ahamd Alomari, eco guida, che, insieme ad altri 39 volontari, ha aperto nel 2016 l’intero percorso.

Jordan Trail

La prima tratta attraversa proprio una cava romana utilizzata per costruire Gadara. In primavera, con un po’ di fortuna, tra le esplosioni delle fioriture selvatiche, ci si può imbattere nel raro Iris Nero, fiore nazionale. Per pianificare il trekking e le sue tappe (occorrerebbero 40 giorni per percorrerlo interamente) si può consultare il sito jordantrail.org.

Gerasa al tramonto

A circa 46 km, come una perla nella sua conchiglia, l’antica Gerasa, la più importante città della Decapoli, è incastonata nella città di Jerash che le fa da quinta luccicante la sera. Come se la prima fosse stata l’incubatrice della seconda, in una contiguità che squarcia in un lampo il passaggio dei secoli. Il biancore della pietra calcarea si accende di oro al tramonto, impreziosendo le imponenti rovine.

L’antica Gerasa, l’Arco di Adriano

Monumentali porte di accesso, strade ortogonali e immensi edifici pubblici, il possente Arco di Adriano, costruito nel 129 d.C. per commemorare la visita dell’imperatore, un ippodromo per oltre 15.000 spettatori, un Foro di forma ellittica con 56 colonne di ordine ionico che circondavano la grande piazza lastricata: ovunque si cammina nella bellezza. Riluce il Teatro Nord dall’acustica eccellente, dove si tengono gli spettacoli del Festival di Arte e Cultura di Jerash. Maestosi il Tempio dedicato a Zeus, costruito su un’altura dalla quale si domina tutto il sito, e quello della dea Artemide, con scala di accesso monumentale e undici colonne corinzie del peristilio che ancora svettano verso il cielo. Il Cardo Massimo, strada lunga circa 800 m fiancheggiata da una selva di 500 colonne, dava l’accesso a diversi palazzi e ai luoghi fulcro della vita cittadina come il Ninfeo e il Macellum, l’antico mercato. Ben visibili i solchi lasciati dai carri che per secoli lo hanno attraversato carichi di merce e quasi se ne avverte ancora il rumore. Sepolti per secoli sotto la sabbia, sono ancora numerosi i tesori di Gerasa sottoterra che la Giordania affida alle future generazioni di archeologi.

Al-Salt, la città gialla

Altri 46 km puntando a sud e si raggiunge Al-Salt, che nel 1922, per pochi giorni, fu capitale dell’Emirato di Transgiordania, prima che il governo di allora si spostasse ad Amman. Costruita sull’antica via commerciale tra Gerusalemme e Amman, la via Regia, in pietra calcarea gialla e aggrappata a tre colline sull’altopiano di Balq, è un pittoresco saliscendi di case con qualche bel palazzo ottomano e un vivace suq grondante verdure, granaglie e manufatti antichi.

Nella chiesa ortodossa di San Giorgio, molto raccolta, dove i fedeli lasciano biglietti di preghiere, un ambiente era destinato a moschea, segno della fraternità e della tolleranza religiosa che hanno sempre contraddistinto la città.  E proprio per queste caratteristiche è stata dichiarata città patrimonio Unesco dal 2021.

Al-Salt

In centro nei due negozi Al-Khader Center si vendono manufatti di artigianato per sostenere le comunità locali di donne con il sostegno della Regina Rania che li ha recentemente visitati. La specialità locale, il Maqluba un piatto “rovesciato” a base di pollo, melanzane e cavolfiore, si gusta da Fatima Al Zaou’bi House, vivace cuoca e proprietaria di una guest house che ha recentemente accolto alla sua tavola anche i reali di Svezia e la Regina Rania.Vicino al Museo Storico in Al Ein Plaza, il dottor Hibraim Al-Masri, fuori dal suo negozio, invita a imparare le mosse del Mangala, gioco da tavolo tradizionale. Un’accoglienza davvero speciale quella di Al-Salt.

Verso il Monte Nebo

Il Mar Morto al tramonto

A 60 km da Al-Salt si raggiunge  il Mar Morto, il punto più depresso della Terra a quota -432 m sotto il livello del mare. Uno specchio immobile di acqua che sembra marmorizzato con lo stesso colore del cielo con cui si confonde a causa dei vapori della forte evaporazione. Inospitale alla vita a causa della forte concentrazione salina (dieci volte superiore a quella degli oceani), il Mar Morto è una miniera di benessere grazie ai sali e alle proprietà del fango.

Lo si applica a riva, morbido e plastico sulla pelle, e poi si galleggia (spostarsi è faticoso perché l’acqua oppone molta resistenza), facendo attenzione agli occhi (e sperando di non avere tagli). Un microcosmo liquido con una insolita asprezza che si ammorbidisce alla luce dorata del tramonto quando indora l’acqua e fa brillare i cristalli delle concrezioni di sale.

La mattina seguente lungo la salita verso il Monte Nebo, il nastro di asfalto si snoda in un paesaggio desertico dove si avvistano solo tende beduine e placidi dromedari. Dalla sommità Dio mostrò a Mosè la tanto agognata Terra Promessa che purtroppo non raggiunse. Secondo la tradizione ebraica e cristiana, morì e fu sepolto qui.

Oggi la vista spazia come allora: l’orizzonte si apre sulla Terra Santa, a sud il Mar Morto, a ovest la valle del Giordano, Gerico e nelle giornate nitide si vede anche Gerusalemme. Il silenzio sembra provenire dalle profondità della storia, la foschia aggiunge misticismo a questo luogo mitico che custodisce il sogno di Mosè. Nel memoriale (le prozioni più antiche risalgono al IV secolo)  si possono ammirare i mosaici che foderano come tappeti la basilica e il battistero e bizantini.

Sono formati da tessere di fine fattura che compongono quadri di delicata raffinatezza rinvenuti dai Francescani che nel 1932 acquistarono il sito.. All’uscita una porta di pietra rotonda si dice fosse l’entrata dell’antico monastero e suscita emozione trovarsi davanti all’ulivo che Papa Paolo Giovanni II piantò durante la sua visita in Terra Santa nel 2.000.

I mosaici e i libri di Madaba

A circa 10 km sorge Madaba, la città dei mosaici, costruita sulla via Regia che partiva da Heliopolis, in Egitto, attraversava il Sinai e giungeva al porto di Aqaba, utilizzata dai Nabatei per il trasporto di merci preziose provenienti dalla penisola araba. La chiesa greco-ortodossa di San Giorgio, costruita su una precedente chiesa bizantina, conserva quello che resta di un grande mosaico raffigurante la più antica mappa della Terra Santa, sulla quale sono indicati i nomi delle città, dei fiumi e le strade che conducevano i pellegrini a Gerusalemme. Risalente alla seconda metà del VI secolo, misurava 21 metri per 7 e contava oltre 2 milioni di tessere. L’arte del mosaico sopravvive oggi nell’artigianato locale e sono diversi i laboratori dove sono soprattutto le donne a realizzare piacevoli manufatti e oggetti di arredo.

Madaba ha anche un cuore giovane molto vivace:  Kawon (Universo in arabo), è una libreria fitta di volumi moderni, antichi e introvabili che è un piccolo tempio della cultura, uno spazio di studio, di lettura e di incontro per giovani, musicisti e intellettuali. Adiacente il bar bistrot, con orto e spazio anche esterno, propone ottimi piatti vegetariani.

Nella città di pietra

Il viaggio continua a sud verso Petra. Se si arriva la sera a Wadi Musa, la cittadina sorta attorno alla città nabatea, sembra di essere accolti da un presepe. E ha qualcosa di magico anche la piccola costruzione che custodisce la fonte di Mosè, dove il profeta colpì la roccia facendo sgorgare l’acqua.

Città che sembra nata da un sogno e poi dimenticata, capitale dei Nabatei dal I sec aC, e abitata dai beduini fino ad anni recenti, Petra fu riscoperta dall’orientalista svizzero Burckhardt nel 1812. È difesa da una fitta e imponente corona di rocce a picco che offrono una sola via d’accesso: la gola del Siq, al cui sbocco appare come in sogno El Khasneh, il Tesoro, forse il tempio funebre del re Aretas IV, alto 40 m, scolpito con eleganza nella roccia rosa. Così chiamato perché i beduini pensavano che nell’urna in alto custodisse il tesoro di un faraone. Abili nell’approvvigionamento dell’acqua, bene preziosissimo e raro in Giordania,  i Nabatei furono maestri scalpellini che nei fianchi delle montagne crearono facciate ciclopiche ricche di citazioni classiche, assire, egizie senza aggiungere alla roccia alcun elemento architettonico. Per questo Petra sembra essere opera e frutto della natura stessa del luogo. Come sbocciata dalle falesie.

Il sito è molto vasto, quasi irreale nel suo colore rosa antico dalle mille sfumature pastello che si accendono di rosso al tramonto. Le facciate sono centinaia, per lo più tombe e un dedalo di ambienti ipogei che a tratti svelano colori sorprendenti. Come le Tombe Reali, che sovrastano dall’alto la Strada Romana:  una sfilata imponente di facciate e interni fiabeschi come la Tomba di Seta, scavata nell’arenaria policroma tra sfumature rosa, bianche, nere e gialle.

Petra, Il Monastero

Ad Deir, il Monastero, gareggia in quanto a classica bellezza con Il Tesoro che supera in grandezza, ed è raggiungibile salendo 850 gradini (i beduini offrono passaggi su asini) lungo un sentiero che ha scorci panoramici di mistica bellezza.  Il nome deriva dalle croci scolpite sulle pareti degli i ambienti interni, indizi di un possibile utilizzo del luogo come chiesa in epoca bizantina.

Un sentiero conduce a due punti panoramici da dove la vista spazia verso ovest sul Wadi Araba fino a Israele e i Territori Palestinesi e verso sud fino alla cima del Jebel Haroun. Petra, tra le sette meraviglie del Mondo moderno, non sarebbe la stessa senza i suoi beduini che esprimono un forte senso di appartenenza al luogo: offrono passaggi su cavalli, dromedari e asini, vendono souvenir, kefiah e incenso, sonnecchiano nelle case grotta che hanno dovuto abbandonare (ma si dice che qualcuno ci abiti ancora), e raccontano la loro storia volentieri. Quella di Petra è raccontata in modo molto esaustivo nel museo all’ingresso che conserva reperti di rara bellezza.

Un alloggio comodo e panoramico è il Mariott Hotel di Petra che offre un ottimo ristorante giordano molto raccolto e di alta qualità, dove gustare il piatto nazionale, il mansaf, carne di agnello e pollo servita su un letto di riso con zafferano, pinoli e uvetta. In tema di gusto un’esperienza divertente è offerta dal Petra Boutique Hotel, dove nella Petra Kitchen si può partecipare a sessioni serali di cucina locale.

Nel rosso del Wadi Rum

Dopo aver percorso una strada panoramica puntando a sud si apre come un mare rosso costellato di faraglioni il Wadi Rum, o Valle della Luna. Bene naturalistico protetto dall’Unesco dal 2011, un tempo sommerso dal mare (nel sottosuolo conserva ancora molta acqua che la Giordania intende utilizzare), modellato dalla furia del vento e delle piogge “Vasto, echeggiante e divino” lo definì Lawrence d’Arabia.

Un ambiente fatato di finissima sabbia con tutte le tonalità del rosso, dalla cipria al fuoco, e imponenti montagne di arenaria, gole e cime (la più alta è il Jebel Rum, 1.754 m), regno dei nomadi beduini che lo attraversano ancora. Al posto dell’incenso e delle spezie oggi portano i turisti che si divertono a penetrare in jeep o a dorso di dromedario in questo soffice mondo rosso dove visse Lawrence d’Arabia tra il 1916 e il 1918, dove organizzò un esercito arabo contro l’oppressore ottomano.  La montagna davanti alla quale si dice scrisse I Sette pilastri della saggezza (dalla sua conformazione e così ribattezzata) è proprio di fronte al Centro Ingressi.

Le tribù di Thamudeni provenienti dall’Arabia meridionale e poi i Nabatei vi hanno lasciato migliaia di incisioni, pitture e graffiti, ma anche templi. Alcuni petroglifi riportano dromedari rivolti verso Petra, segni salvavita durante le tempeste di sabbia e raccontano storie di antiche carovane lungo la Via dell’Incenso.

La sera il tramonto incendia la roccia e mentre il cielo vira al viola e poi al blu notte, accendendosi di stelle, si cena con lo zaarb, carne di pollo e agnello, cotta con le braci in una terrina a tre strati sotto la sabbia. I campi tendati organizzano anche dimostrazioni di questo piatto antico e dal sapore unico. Immancabile una tazza di caffè profumato al cardamomo, segno dell’ospitalità sacra beduina. Al Captain’s Desert Camp, oltre alle tende beduine, si può scegliere di dormire in casupole che sembrano scavate nella roccia a ridosso di una falesia.

Il deserto monumentale giordano, il Wadi Rum

Secondo un proverbio dei popoli del deserto “Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima”. Per questo il Wadi Rum lascia nell’anima il seme di una malinconia che prima o poi farà ritornare tra le sue profondità rosse.

L’antica Filadelfia

Amman, la Città Bianca, nata come Roma su sette colli, ha 4 milioni di abitanti, quasi la metà della popolazione giordana. L’antica Rabbath Ammon, capitale delle tribù ammonite, fu ribattezzata dai romani Filadelfia, una delle città che formavano la Decapoli. È una vasta distesa di case bianche che sale e scende dai colli con il ricco quartiere ovest, Abdoun, costellato di eleganti ville e ambasciate, e la parte est che conserva la vivacità mediorientale. Resiste una fetta di cuore romano nella Cittadella, dove svettano ancora le colonne del Tempio di Ercole, costruito nel II secolo d.C. durante l’impero di Marco Aurelio.

il bar artistico Salam Kanaan Gallery ad Amman

Anche se si ha poco tempo a disposizione, non bisogna perdersi una passeggiata molto piacevole lungo Rainbow Street, via che collega i quartieri di Jabal Amman e Weibdeh: un susseguirsi di antiquari, gallerie d’arte, locali tipici, come Salam Kanaan Gallery, al civico 24, un caffè artistico dall’atmosfera bohemien, e negozi dove acquistare artigianato come Urdon Shop, store su due livelli con manufatti di qualità e di design.

Info: www.rj.com/it, www.visitjordan.com.

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