Una domenica d’autunno a Milano

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di Silvana Rizzi

 

Oddio cosa faccio oggi? Ho un attimo di sconforto, pensando alle gite fuori porta dell’anno scorso e al sole autunnale, che illumina il giardino della cinquecentesca Cascina Bolla, zona via Monterosa, su cui si affaccia il mio studio.

A Milano non c’è da perdersi d’animo. Ci sono mostre e spazi spettacolari. Un articolo del Corriere di un po’ di tempo fa parlava della mostra dell’artista cinese Chen Zhen all’Hangar Bicocca, gli ex capannoni industriali della Pirelli, riconvertiti in spazi espositivi nel 2010. Ottima idea.“Ah, quello dei letti”, aggiunge mio marito poco convinto. Non raccolgo il commento ed eccoci in macchina. Parcheggiamo senza problemi, pronti per l’Hangar Bicocca. L’umore si mette al meglio. Davanti a noi, svetta, maestosa, la vibrante scultura di Melotti, circondata dal giardino di graminacee progettato da Marco Bay.

Un buon inizio, che ci fa dimenticare la città. All’interno l’ampio spazio espositivo trasmette un senso di libertà. Nessuna fila, nessun assembramento, ognuno può girare liberamente. Varco la soglia della prima mostra “the eye, the eye and the ear”(l’occhio, l’occhio e l’orecchio), dedicata a un’artista davvero speciale, a me ignota,Trisha Baga, classe 1985, americana, di origine filippina. Titolo quanto mai azzeccato. Video installazioni ( con traduzione in italiano), quadri, ceramiche sollecitano gli occhi e l’udito, in un caotico mix di arte e tecnologia. L’impatto è esteticamente affascinante grazie anche alle ceramiche, che raccontano la vita di oggi, non fosse che cornici, computer, macchine da scrivere, telefoni e pacchi Amazon sono esposti come fossero reperti archeologici, ormai superati, del tutto simili a quelli dipinti sulla parete di fondo, protagonisti desueti dei musei di scienza dei vecchi tempi.

Intorno vivono le video installazioni con sottotitoli in italiano, suoni accattivanti, racconti incredibili, come 1620, che evoca allegoricamente l’arrivo dei Padri Pellegrini  sul suolo americano. I quadri alle pareti, i seed paintings, sono realizzati con semi incollati alla tela, ma qua e là spunta la freccetta nera e temibile del mouse, che ormai domina la nostra vita. Stimoli continui, riflessioni, slanci, intrappolamenti tecnologici, tutte sensazioni, che ci toccano da vicino. Il tutto accompagnato da un’evidente ironia. Giusto, sbagliato? A dare qualche chiarimento, a chi lo chiede, spuntano qua e là piacevolissimi ragazzi vestiti di rosso. Ne approfitto e mi chiarisco un po’ le idee. Concludo che l’artista nelle sue caotiche espressioni mi piace moltissimo.

 Lascio la sprizzante vitalità di Trisha Baga, per entrare in un mondo completamente diverso. Quello dell’artista cinese Chen Zhen. Nato a Shangai nel 1955, si trasferisce a Parigi nel 1986, dove muore nel 2000 a soli 45 anni. Ad accogliere i visitatori della mostra Short Circuits,l’impressionante installazione Dancing Body composta da letti, sedie e sgabelli le cui superfici sono rivestite di pelli di vacca.

I famosi letti, quelli che tanto hanno colpito mio marito, richiamano subito alla mente la vita dell’artista, segnata dalla sua vicenda personale: la malattia autoimmune, che lo colpisce a 25 anni. Quasi un fil rouge, il letto, sempre vuoto, è fonte di creatività e si dipana lungo le venti installazioni, create dall’artista tra il 1991 e il 2000, anno della sua morte. Non solo, il letto troneggia come elemento comune a due mondi, l’Occidente e l’Oriente, che s’incontrano e si scontrano, entrambi prigionieri del consumismo. Dal letto, dove si nasce, si ama e si soffre, prendono vita le considerazioni dell’artista sul mondo di oggi. Affascinanti, incredibili, surreali.

 

Tra le installazioni, quella che più mi ha colpito è Daily Incantations. Prima sorpresa: quelle che ritenevo botticelle (forse per il sakè) issate su un’imponente struttura in legno, sono in realtà 101 orinali. L’opera risale al 1996, quando Chen Zhen rientra a Shangai e si ritrova a osservare al mattino presto alcune donne intente a lavare gli orinali vicino a un noto albergo della città. Quest’immagine tradizionale gli richiama alla mente il suo passato di studente, quando si recava a scuola “al suono dei vasi da notte che venivano risciaquati , poi c’era la lettura collettiva del piccolo Libretto rosso di Mao”. Contraddizioni con la società moderna, pressione del regime…ognuno è libero di rifletterci sopra.

E quella che più mi ha turbato? S’intitola Jardin Lavoir,2000. Un giardino meditativo con 11 letti trasformati in vasche da bagno piene di oggetti quotidiani, simbolo, secondo l’artista, della nostra società contemporanea, sui quali l’acqua cade goccia a goccia, diventando simbolo di purificazione. Oriente e Occidente, meditazione e consumismo, vita e morte…

Chen-Zhen-Jardin-Lavoir-2000.-Installation-view-at-Pirelli-HangarBicocca-Milano-2020-©-ADAGP-Paris.-Courtesy-Pirelli-HangarBicocca-Galleria-Continua.-Photo-Agostino-Osio

Conclusione: è una mostra da non perdere. Fa riflettere, affascina, è ricca di stimoli. Invita alla discussione, magari seduti al piacevole Bistrot dell’Hangar Bicocca.

Hangar Bistrot

Info: Trisha Baga mostra “The eye, the eye and the ear”, fino al 10/01/2021

Chen Zhen “Short Circuits” fino al 21/02/2021

Luogo: Hangar Bicocca, Via Chiese 2, Milano

https://pirellihangarbicocca.org/

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