Il settore turistico caraibico sta vivendo una trasformazione senza precedenti, segnata da un ritiro storico e improvviso dei grandi gruppi alberghieri internazionali dall’isola di Cuba.
Quella che fino a pochi anni fa era una meta prediletta, si trova oggi ad affrontare una crisi strutturale che sta spingendo colossi globali dell’ospitalitĂ a interrompere le proprie attivitĂ .
L’addio di Blue Diamond Resorts
Il primo segnale di questo cambiamento radicale è arrivato da Blue Diamond Resorts.
Il gruppo canadese, che ha dominato il panorama turistico cubano per oltre un decennio, essendo il Canada il primo emissore turistico per l’Isola, ha annunciato la cessazione immediata di tutte le sue operazioni nel Paese, che includevano marchi noti come Royalton, Memories e Starfish.
Questa decisione drastica è la conseguenza diretta di una crisi senza precedenti: nei primi quattro mesi dell’anno, Cuba ha registrato un crollo del 55,8% degli arrivi internazionali.
A questo calo drastico della domanda si aggiungono le enormi difficoltĂ infrastrutturali che hanno reso quasi impossibile la gestione alberghiera.

Il peso della crisi energetica e delle sanzioni
Alla radice del disimpegno delle catene internazionali vi è una combinazione esplosiva tra collasso operativo locale e manovre geopolitiche.
A seguito dei recenti sviluppi in Venezuela, gli Stati Uniti hanno imposto un rigido blocco energetico nella capitala La Habana, interrompendo le forniture di carburante necessarie al funzionamento dell’isola.
La conseguente crisi ha causato continui blackout e interruzioni di corrente, rendendo impossibile per i resort mantenere standard minimi di ospitalitĂ .
A questo si aggiunga l’ultimatum arrivato da Washington: le entitĂ straniere sono state chiamate a tagliare ogni legame con GAESA, il conglomerato militare cubano che gestisce, attraverso la divisione Gaviota, la quasi totalitĂ delle infrastrutture turistiche.
Le aziende che continueranno a operare con il gruppo militare rischiano ora pesanti sanzioni finanziarie previste dall’Helms-Burton Act.
Quale futuro per i giganti spagnoli?

L’attenzione del settore è ora rivolta ai colossi spagnoli Iberostar e Meliá, che si trovano in una posizione di estrema vulnerabilità .
Meliá, che gestisce 34 proprietĂ sull’isola, ha giĂ dovuto chiudere la metĂ della propria capacitĂ alberghiera a causa della totale assenza di domanda e della mancanza di carburante per l’aviazione, che ha costretto molte compagnie aeree a cancellare i voli diretti verso Cuba.
Iberostar ha annunciato la cessazione della gestione di 12 hotel a partire dallo scorso I giugno. La catena spagnola non abbandona tuttavia l’isola, proseguendo le attività in strutture partner di gruppi statali non militari, come Cubanacán e Gran Caribe.
Questa manovra mira a garantire la conformitĂ normativa e a preservare gli standard di qualitĂ in un mercato segnato da carenze energetiche e infrastrutturali.
Il panorama è desolante: l’anno scorso l’isola ha accolto appena 1,8 milioni di visitatori, con un tasso di occupazione alberghiera inferiore al 25%. Gli analisti prevedono un “effetto domino” immediato, con operatori piĂą piccoli — come ValentĂn, Roc e Blau — pronti a sospendere i contratti di gestione nelle prossime settimane per evitare ripercussioni legali ed economiche.

Il rischio di un collasso strutturale
Se la tendenza dovesse confermarsi, il settore turistico cubano rischia un vero e proprio tracollo. Il ritiro dei giganti europei e canadesi lascerebbe la gestione delle strutture nelle mani di enti statali locali, con il concreto rischio di un drastico abbassamento della qualitĂ dei servizi.
Per il mercato globale dei viaggi, Cuba sta purtroppo trasformandosi da vivace hotspot caraibico a un caso di studio sui rischi del turismo internazionale, dove nemmeno i resort di lusso possono dirsi immuni alle dure realtĂ dei conflitti regionali e delle guerre economiche globali.













