Dalle mappe stellari di Ulugh Beg alle biennali d’arte contemporanea, l’Uzbekistan vive una nuova primavera. Un viaggio tra madrase millenarie, geometrie impossibili e il ritorno prepotente di un artigianato che non è solo memoria, ma visione del futuro.
C’è un legame indissolubile che unisce la polvere del deserto dell’Asia Centrale alle profondità del cosmo. Si trova scritto nelle maioliche turchesi di Samarcanda e tra i mattoni di fango di Bukhara. L’Uzbekistan di oggi non è più soltanto una nostalgia per viaggiatori zaino in spalla, ma una frontiera culturale dove l’autenticità del manufatto incontra una spinta creativa che guarda dritto al domani.
Samarcanda: dove la matematica si fa cupola
Se Tamerlano fu l’architetto dell’impero, suo nipote Ulugh Beg ne fu il sognatore scientifico. Astronomo e sovrano, mappò oltre mille stelle da un osservatorio che, nel XV secolo, anticipava il futuro. Questa vocazione per l’infinito trova a concretezza visiva in Piazza Registan, il cuore pulsante della città, dove l’architettura smette di essere solo costruzione per divenire equazione visiva.
La madrasa di Ulugh Beh è un omaggio al Sapere: il suo arco di 37 metri e le geometrie azzurre della facciata sembrano tradurre l’immensa geometria delle costellazioni in un ordine divino. Ma l’architettura uzbeka sa anche ribellarsi ai dogmi: la vicina Madrasa Sher-Dor sfida l’iconografia islamica con le sue iconiche tigri dai tratti umani, mentre la Tilya-Kori esplode in un tripudio d’oro che lascia senza fiato.
A pochi passi, l’effervescenza vitale del Siyob Bazar offre il primo vero contatto con la materia: il profumo delle spezie si mescola alla seta dei caftani e ai ricami accesi, in un preludio cromatico che trova il suo culmine nella necropoli di Shah-i-Zinda. Camminare tra questi mausolei è un’immersione mistica nel “Blu Samarcanda”, una tonalità che pare rubata al cielo e fissata per sempre nella ceramica.
Samarcanda si è ritrovata al centro della Via della Seta: per la prima volta negli ultimi 40 anni la Conferenza generale dell’Organizzazione della Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) non si è tenuta a Parigi ma a Samarcanda, dove si sono svolti i lavori dal 30 ottobre al 13 novembre 2025. Un forte segno dell’importanza che l’Uzbekistan ripone nella tutela e nello sviluppo del suo patrimonio storico e artistico, un risultato che guarda al futuro ottenuto grazie all’impegno della Fondazione per lo sviluppo dell’arte e della cultura dell’Uzbekistan.

Bukhara: l’elogio della mano e del fango
Se Samarcanda è monumentale e celeste, Bukhara è terrosa, soffusa, tattile. Costruita con mattoni di fango che le donano il colore del deserto, la città sembra illuminata dalla terra più che dal cielo. Ha una vita molto vivace che pulsa attorno al complesso Lyab-i-Hauz e può essere visitata interamente a piedi. I passi si soffermano per ammirarne la bellezza e oltrepassano crocicchi che sono un bazar continuo, dove l’autenticità dell’artigianato è una filosofia di vita, una vocazione tramandata di padre in figlio.

Bukhara oggi è un “bazar diffuso“. Entrare nell’atelier del maestro Davlat Toshev significa scoprire come la filosofia sufi possa essere racchiusa nella punta di un pennello da miniatura. Poco lontano, la quinta generazione di ricamatori rappresentata da Sanjar Nazarov continua a narrare la storia del Suzani, l’arte del ricamo che è un codice segreto di simboli e protezione. C’è una sacralità nel gesto di chi modella cappelli in pelo (come Samiev Numon) o di chi annoda tappeti seguendo pattern che hanno attraversato i secoli come viene raccontato da Sabina Burkhanova nel suo fornitissimo negozio.
Questa città, settima città santa dell’Islam, ha una grande propulsione verso l’arte dell’oggi e del futuro. L’anno scorso ha ospitato la prima Biennale di Arte Contemporanea, dimostrando come i caravanserragli possano diventare spazi espositivi d’avanguardia, in un dialogo serrato tra le installazioni moderne e il minareto Kalyan, col suo “pizzo” di mattoni che sfida la gravità da 45 metri d’altezza.
Tashkent e la nuova frontiera dell’Uzbekistan
Il viaggio si chiude necessariamente a Tashkent, la capitale dove il passato si scontra con il sogno infranto del modernismo sovietico.
Il cemento dei palazzi brutalisti dalle forme azzardate convive con la ceramica artistica del Rakhimov’s Studio. È qui che si comprende la vera essenza dell’Uzbekistan contemporaneo: una nazione che, pur correndo verso il futuro, non ha alcuna intenzione di recidere il filo di seta che la lega alle sue radici artigiane. Quel filo che scorre e crea meraviglie. Lo si comprende da Medina Kasimbaeva nella sua Suzani School, che è insieme laboratorio e galleria, atelier e museo.






















