Il docufilm nasce con l’obiettivo di far scoprire in Italia Antonio Moscheni, pittore e gesuita, molto più conosciuto in India, dove visse soltanto gli ultimi sette anni di vita, che nel nostro paese. Per lui si è mosso il governo centrale indiano, che nel 2001 ha stampato un francobollo con un suo quadro.
Proiettato in Italia in diverse sale cinematografiche, dopo l’anteprima all’Auditorium San Fedele a Milano con la presentazione di Piero Maranghi, editore e direttore di Sky Classica, nell’ imperdibile Almanacco di Bellezza, il docufilm è in onda in prima visione su SKY CLASSICA il giorno lunedi 29 dicembre alle ore 23. Il programma sarà replicato nel corso dei sei giorni successivi in varie fasce orarie della giornata con una replica al giorno fino al 4 gennaio.

Antonio Moscheni, artista e gesuita, nato nel 1854 a Stezzano, paesino alle porte di Bergamo, morto nel 1905 a Kochi, nel lontano sud dell’India, fa parte della mia vita fin da quando ero bambina.
Tuttora rivedo la villa di famiglia con le pareti esterne decorate con puttini e ghirlande floreali dipinti da Moscheni. Da Milano, dove abitavamo, i genitori mi portavano spesso a Stezzano dalla zia Mariuccia (classe 1904),la sorella di papà, intraprendente farmacista che aveva sposato Lorenzo Moscheni, nipote dell’artista e ultimo erede della famiglia. Mi piaceva girare nella grande casa, dove ovunque spiccavano le tele e i disegni eseguiti dall’artista prima di partire per l’India.
La zia ci raccontava la sua storia, gli studi all’Accademia Carrara di Bergamo, l’ inizio della carriera di artista, i primi successi, l’apertura dell’atelier a Bergamo, quando all’improvviso a 35 anni Antonio Moscheni decide di abbandonare l’arte per entrare nella Compagnia di Gesù. I suoi superiori nel 1898 lo destinano alla missione di Mangalore, nello stato del Karnataka nel sud dell’India, con l’incarico di affrescare la Sant’Aloysius Chapel, la chiesa accanto all’omonimo collegio appena inaugurato.

Un bel giorno, racconta la zia, capita a Stezzano un gesuita proveniente da Mangalore, alla ricerca delle radici italiane di Brother Moscheni, celebre in India come “Il Michelangelo Indiano”. La notizia non ci tocca più di tanto, la zia muore nel 1985, lasciando a noi, al Comune di Stezzano e alla locale Casa di riposo Villa Pace i bellissimi quadri italiani del Moscheni.
Da allora di Moscheni nessuno parla più, finchè dopo vent’anni di silenzio, nel 2005, una voce sconosciuta mi chiama dal comune di Stezzano per annunciarmi che in occasione del centenario della morte di Moscheni, il comune aveva deciso di allestire una mostra in onore dell’artista. Mi chiedono se sono disponibile ad entrare in contatto con il College Sant’Aloysius di Mangalore.
Dall’India mi risponde una voce stentorea in inglese, invitandomi a venire a vedere le opere di Moscheni, noto in India come “Il Michelangelo Indiano”. Getto un’occhiata nei documenti di famiglia e scopro che nel 2001 il governo indiano centrale ha stampato un francobollo con un quadro di Moscheni.
Resto senza parole e decido che è giunto il momento di partire alla scoperta dell’artista . Coinvolgo la collega fotografa Milena Ercole, propongo ai giornali con successo un viaggio in Kerala, allora ben più famoso del Kartanaka, oggi fiore all’occhiello del turismo indiano, per poi proseguire per Mangalore, distante soltanto una notte di treno.

Il collegio mi lascia a bocca aperta: sembra un college oxfordiano.
Father Leo, da quel momento il mio mentore, gesuita, ex rettore del collegio e professore di Biotecnologia, ci annuncia che alla sera nella chiesa ci sarà un evento in nostro onore.
Nella grande cappella, gremita di gente, spiccano gli affreschi e i dipinti di Moscheni illuminati a giorno. Un incanto, forse siamo arrivate in paradiso. A far da contorno musica, canti e racconti sulla vita dell’artista in India.
Il top deve ancora venire…. Sotto il portico mi aspetta un monumento da svelare. Appare il busto di Moscheni su un basamento in marmo pario, dove in caratteri d’oro è scritto “Monument for Brother Antonio Moscheni, who painted this church, inaugureted by his grand niece Silvana Rizzi”.
Il giorno dopo mi aspetta il breakfast nel refettorio, affacciato sui bananeti, rallegrato dai colori delle tele di Moscheni alle pareti (alzate in cristallo con cioccolatini firmati gianduia e un’immancabile panettone bergamasco). A seguire la visita al College (15.000 allievi),e, soprattutto, la visita alle scuole dove si insegna ai ragazzi un mestiere. Mi colpisce lo sguardo curioso e attento delle ragazze, al lavoro davanti alla macchina da cucire.

Da quel momento in poi alla mia passione per l’India si aggiunge quella per il College Sant’Aloysius . Supportata da Father Leo, il mio geniale mentore, metto in piedi un commercio di tovaglie e camicie, realizzate dalle ragazze, a cui va il guadagno ottenuto a Milano.
Da allora, ogni anno torno in India alla scoperta di “nuovi orizzonti”, che non mi deludono mai, per terminare il viaggio a Mangalore, dove mi aspettano sempre gradite sorprese. Dalla scuola di cucito, oggi ad alto livello, alle attività rivolte a Moscheni, all’incremento di turisti di tutte le religioni, indiani e orientali in particolare, giunti a Mangalore per visitare la cappella.
Tra le novità più importanti, c’è l’apertura di una sezione del Museo locale, dedicata ad Antonio Moscheni.
L’ultima geniale idea sorpresa arriva nel 2022: IL FESTIVAL DELL’ARTE DEDICATO A MOSCHENI. Si celebra ogni anno nel giorno della sua nascita, il 16 gennaio, con la partecipazione di tanti giovani aspiranti artisti.
Di ritorno in Italia, rifletto quanto Antonio Moscheni sia molto più conosciuto in India, che nel nostro paese.

Incomincio a scartabellare con attenzione i documenti di famiglia, conservati con molta cura dalle sorelle a Stezzano. Scopro le interessantissime lettere che Moscheni invia in Italia con il racconto delle giornate indiane, la passione per l’arte che lo spinge a realizzare mille metri quadri di affreschi e teleri in due anni e mezzo, il successo raggiunto nel sud dell’India, i racconti degli amici nel giornale dei gesuiti di quel tempo, fino a quello struggente della morte a Kochi.
Mi viene in mente che l’ideale sarebbe farne un docufilm. Interpello l’amica regista Cecilia Pitì, che legge e approva.
Si parte quindi per la grande avventura: un’esperienza nuova, affascinante dove con Cecilia Pitì mi butto a capo fitto fino a raggiungere l’obiettivo a settembre del 2023. Da Stezzano all’immensa India: un viaggio nel tempo e nei luoghi dove visse il gesuita-pittore.












