Monferrato da conoscere

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di Paola Babich

Tra le colline patrimonio dell’Unesco, un angolo di Piemonte ricco di fascino e di delizie

 

Piccoli, preziosi miracoli. A volte avvengono, e donano a tutti ricchezza: interiore, più che materiale. Accadono in luoghi dove le tradizioni di un tempo vengono ancor oggi custodite e trasmesse di padre in figlio. Territori che hanno conservato e sviluppato le proprie peculiarità, creando un circolo virtuoso.

Ecco perché vale la pena andare alla scoperta del Monferrato, terra millenaria i cui Paesaggi Vitivinicoli, con quelli di Langhe-Roero, sono stati riconosciuti nel 2014 parte integrante del Patrimonio Mondiale Unesco: “I vigneti di Langhe-Roero e Monferrato – recita la motivazione ufficiale – costituiscono un esempio eccezionale di interazione dell’uomo con il suo ambiente naturale. Una testimonianza vivente della tradizione storica della coltivazione della vite, dei processi di vinificazione, di un contesto sociale, rurale e di un tessuto economico basati sulla cultura del vino”.

Non a caso Cesare Pavese scriveva in “La luna e i falò”: “Non c’è niente di più bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole d’agosto”. E, ancora, nei “Racconti”:La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e di speranza”.

Un miele dell’anima che nutre e conquista. Basta volgere lo sguardo ai morbidi pendii collinari punteggiati da trine di filari, borghi e castelli del passato. Il nostro viaggio ci porta a conoscere realtà genuine, dalle quali emerge la passione di chi si dedica a mantenere vive e migliorare le usanze di un tempo, per far godere le meraviglie di luoghi che regalano emozioni. E’ ciò che si può percepire a Mombaruzzo, raccolto e rilassante borgo posto tra due colline, con la bella chiesa di Sant’Antonio Abate e la torre dell’Orologio, da cui ammirare un panorama davvero incantevole. Qui la famiglia Berta ha le sue radici, e da tre generazioni crea una grappa rinomata in tutto il mondo. Una storia pionieristica che inizia un secolo fa nelle vigne, e che nel 1947 porta alla nascita della distilleria e all’intuizione dell’allora capofamiglia Paolo, che decide di conservare la grappa in botti di legno. Un’idea contestata da molti, che si rivelerà un successo. Da allora a oggi la tecnica dell’invecchiamento è stata affinata, le grappe sono esportate in 75 paesi, ma i Berta sono rimasti sul territorio: hanno restaurato un palazzo del ‘700, Villa Prato (www.relaisvillaprato.it), nel centro storico, restituendolo a Mombaruzzo in veste di hotel con Spa, piscina e ristorante, con una splendida terrazza con vista; e proprio per far vivere il paese, verranno aperti all’ospitalità altri luoghi, creando una sorta di albergo diffuso. Oggi la distilleria di famiglia è visitabile (www.distillerieberta.it), ed è molto interessante partecipare al giro guidato scoprendo i segreti di questa grappa, immergendosi in un mondo che ha qualcosa di ammaliante. Le cantine, poi, sono uno spettacolo, in particolare quella dove si conservano botti in rovere in cui la grappa riposa sulle note di musica classica, tra giochi cromatici.

Nell’area della distilleria si trovano anche un ampio parco aperto al pubblico, creato per recuperare il verde sottratto con la costruzione delle cantine, e il laboratorio artigianale della famiglia, dove viene prodotto, a mano e secondo la ricetta originale, il famoso Amaretto di Mombaruzzo: una storia che inizia nel Settecento, quando il mombaruzzese Francesco Moriondo, economo a casa Savoia, invaghitosi di una fanciulla siciliana pasticcera a casa reale e artefice di un dolce alle mandorle, inizia a produrre e vendere questo dolce, dopo aver aggiunto però aggiunto un pizzico di mandorle amare, le armelline, da cui il nome (informazione per i golosi: a partire da novembre, il laboratorio sforna amaretti ricoperti di cioccolato e uno speciale panettone al cioccolato e grappa).

Passato e presente che si incontrano, come si diceva, e anche futuro: sì, perchè come spiega Enrico Berta, alla guida dell’azienda, il sapere va trasmesso ai giovani e a chi ha passione. Proprio per questo è stata creata una fondazione intitolata al fratello Gianfranco, prematuramente scomparso, che punta alla salvaguardia di prodotti e mestieri in via di estinzione, legati al mondo contadino, all’organizzazione di borse di studio e corsi di formazione.

E per chi è attento al benessere, un fiore all’occhiello è la grappaterapia, effettuata nella Spa di Villa Prato: le vinacce e i vinaccioli contengono polifenoli e flavonoidi antiossidanti, e vengono lavorati nei laboratori torinesi di Alkemy, specializzati in prodotti naturali (è stato da poco inaugurato lo shop Alkemy, a Torino, presso The Number 6, con la linea di nutricosmetici dermoattivi e integratori alimentari derivati della rara alga Klamath); i trattamenti consentono di purificare, idratare e nutrire la pelle, riattivare la microcircolazione. Per un vero relax rigenerante, delizie tutte da provare il fango avvolgente alla vinaccia, il peeling ai vinaccioli e zucchero e il massaggio all’uva e olio di vinacciolo.

Tra filari, storia e benessere. All’insegna del fil rouge dei vigneti, si può partire proprio da Mombaruzzo, e seguire il Percorso panoramico del Brachetto, uno dei quattro con Nizza Docg, Barbera di Rocchetta Tanaro, Moscato Canelli. Così si arriva dolcemente, immersi in un paesaggio “terapeutico”, ad Acqui Terme, famosa appunto per il Brachetto d’Acqui Docg, dal colore rosso rubino. È una graziosa città termale, rinomata già in epoca romana per le sue acque fumanti, sulfureo-salsobromoiodiche, ricche di proprietà. Una fonte sgorga a 75° proprio nel cuore della cittadina: è la cosiddetta “Bollente”, sormontata da un’edicola ottagonale. L’atmosfera è veramente piacevolissima, la cittadina è molto curata ed è rilassante passeggiare nella sua parte più antica, Borgo Pisterna, con le viuzze acciottolate, salendo poi le scalinata di vicolo della Schiavia, sino ad a arrivare al bel Duomo e alla cinta del Castello dei Paleologhi. Tra pianura e collina, questa zona è perfetta anche per pedalare: dai percorsi semplici a quelli mappati, più impegnativi, non c’è che l’imbarazzo della scelta (www.piemontebike.it); ci si può avventurare per le strade che si snodano lungo i fiumi Bormida, Scrivia, Tanaro, tra i vigneti, le valli, fermandosi a visitare i luoghi d’arte, o, perché no, a rigenerarsi alle Terme acquesi; ed esistono anche comode strutture bike friendly (www.alexala.it).

Sfizi golosi. La cucina locale offre tanto: dal salame “filetto baciato di Ponzone”, al vitello tonnato, dai noti agnolotti al plin sino alle carni locali, come il bollito misto, il brasato. Piatti tipici della tradizione, come spiega Matteo Rossi, di Mombaruzzo, giovane chef di Villa Prato, che ha ereditato la passione dalla nonna, sin da quando, a 9 anni, la aiutava a preparare gli gnocchi di patate: «Mi piace sposare le ricette di una volta – come la finanziera, che preparo alla maniera di mia nonna – a un pizzico di estro che le rende più moderne. Durante l’autunno e l’inverno, stando sempre molto attenti alle materie prime, non mancano i classici agnolotti del plin, i tajarin, la carne cruda di Fassona, il fritto misto alla piemontese, il risotto toma e grappa. Novembre, poi, è il periodo del pregiato cardo gobbo di Nizza Monferrato (presidio Slow Food, ndr), ottimo con la bagna cauda, con la fonduta, o cucinato a flan, con del tartufo». (Il ristorante offre anche un menù degustazione a 25 €).

 

DOVE FERMARSI

-Villa Castelletto, a Castelletto Molina, propone 12 camere, parco, piscina e ristorante; www.bertadimore.it

-Ad Acqui Terme, nel centro storico, una certezza il ristorante I Caffi, nato con Bruna, cuoca autodidatta stellata Michelin; www.icaffi.it

-A Nizza Monferrato, genuinità all’Osteria del Terzo Tempo, tel. 3474558270

 

Articolo pubblicato su Intimità

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