IL BUEN RITIRO? UNO “STAZZO” IN SARDEGNA!

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Testo di Pia Bassi, foto di Giuseppe Barro

Farsi un "buen ritiro" in Sardegna a Tisiennari sotto il Monte Ruju è l’ultima trovata di tanti single milanesi che hanno volutamente trascurata la Toscana perché troppo vicina a Milano e quindi non scevra da "improvvisate" di amici.
Bianchi stazzi lineari, nascosti nella boscaglia mediterranea fra agavi, cisti, mirti, ogliastri, che assicurano una privacy che Villa Certosa può invidiare. Nella quiete agreste, nulla di sciccoso ma tutto naturalmente elegante, ti fanno compagnia gatti randagi, uccelli canori, falchi grillai e l’immancabile civetta capogrosso che al tramonto si posa sui rari fili elettrici che attraversano le campagne arse dal sole e dal vento.
Anche i rumori della strada della valle del Coghinas, giungono smorzati, è un atmosfera surreale, ora ovattata, ora violenta dai brillanti colori estivi.
Né ti turba lo scampanio discreto delle campane delle chiesette rurali perché non battono le ore e i quarti d’ora, inutili ed insistenti, come s’usa in tanti paesi del nord Italia, ma sono un richiamo semplice del mattutino e del vespro.
Gli stazzi galluresi, un tempo rifugio degli ovini che brucavano le magre erbe dei ripidi pendii del Monte Ruju, offrono pace e quiete difficile da scovare in altri luoghi dell’isola che va sempre più verso la ribalta di un turismo vivace e rumoroso. "Lu stazzu", così si chiama nell’idioma gallurese, è contemporaneamente l’azienda contadina e l’abitazione del proprietario. Molti sono stati abbandonati e venduti a coloro che cercano pace e quiete che può essere interrotta solo dall’improvviso abbaiare dei cani che segnalano l’arrivo di qualche turista sperduto. Sono loro, i cani, i veri padroni degli stazzi. Scorrazzano dall’uno all’altro a piacimento, sempre affamati in cerca di gustosi avanzi dei pasti contadini. Croste di formaggio pecorino, ossa di cinghiale, di capra o pecora e quelle più gustose e tenere di gallina o agnello e qualche tozzo di pane. Tutte leccornie che vengono contese e poi, via a goderselo in un cespuglio lontano. Sono cani da caccia o da guardia che godono di un’infinita libertà e che si affezionano anche al villeggiante generoso.
Gli stazzi acquistati, ristrutturati o costruiti ex novo dai milanesi, in maggior parte uomini solitari, per diversi motivi, sono veramente appartati e nascosti da cortine di agavi, roveti e da alberi di frutta che ogni mese ti sommergono di prodotti biologici che puoi trasformare subito in marmellate o composte da consumare al mattino con il pane ancora caldo del forno a legna e burro salato o portare a Milano, come una conchiglia di sapori sardi, di monti e di mare, da centellinare pensosi per l’autunnale giornata che si profila aggrovigliata e gravida di problemi.
Un orto gallurese ben fornito di piante ti può dare 5 vasi da un chilogrammo di marmellate di albicocche, 3 di ciliegie, 5 di pesche, 10 di composta di fichi .
Bastano per tutto l’inverno cittadino per farti desiderare il ritorno anche per Natale, perché sotto il monte Ruju, l’inverno è più mite in quanto protegge gli stazzi dal vento che spira dal mare di Badesi. Gli stazzi d’inverno rimangono chiusi, sta di guardia il gatto levriero dalle lunghe zampe, che hai ben nutrito d’estate con scatolette proteiche e che d’inverno s’arrangia con topini, lucertole, gechi e falene. Ma non se ne va via! Rimane di "guardia" alla suo stazzo. In primavera ricompare smagrito, ma sempre affettuoso e ti precipiti a saziarlo di carezze e bocconcini. Anche la coppia di tartarughe terrestri ti aspettano nel giardino, sanno che il tuo arrivo porta bucce di cocomeri e meloni ed intanto nuovi piccoli spuntano dall’antico muretto a secco.
Anche l’inverno, per chi a poco da fare a Milano, è un’esperienza da vivere nello stazzo. Il vento impetuoso delle bocche di Bonifacio arruffa le onde ed i selvaggi boschi arborei di Tisiennari rispondono stormendo.
La solitudine si può spezzare con la visita, quasi d’obbligo, agli abitanti degli stazzi vicini. Gente autoctona, non turisti. Così è bello sul tramonto fare visita a Luca Pietro che con la sorella Maria ti offre un bicchierino di mirto fatto con i frutti autunnali e un dolcetto appena sfornato.
Tuttavia il maggior intrattenimento si ha visitando "lu stazzu" operante di Marco Bianco, dottore in veterinaria, che oltre ad essere un vero amico è agricoltore, inventore e incisore. Ha inventato una macchina idraulica, un crick, per spostare negli angusti spazi della stalla balle di fieno e di erba medica del peso di quattro quintali. I suoi buoi, inoltre, sono immortalati nella sua casa e in biblioteca. Alcune delle loro ossa vengono pulite, seccate e pazientemente incise. Con il tempo prendono la colorazione dell’avorio anticato e sono delle vere opere d’arte, come potrete vedere nelle fotografie, che richiamano l’antica arte del cesello. Prendono forma cammei, veneri, bronzetti nuragici, capi assiri, tori, sigilli, fiori e erbe medicinali. Ha una collezione di circa 300 incisioni. La moglie Antonella segue in silenzio il duro hobby del marito, per il quale ha forgiato gli strumenti di lavoro, e ne è gelosa.
Un venticello caldo arpeggia fra i rami degli alberi che incorniciano il lago artificiale del Coghinas, l’estate s’annuncia con il tagliente volo radente di rondini e gruccioni, ma è l’assordante frinire delle cicale che dà il benvenuto alla stagione del raccolto e degli amori.

Pubblicato sulla rivista AQVA – aprile, maggio, giugno 2010.

 

 

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