#gistinviaggio: Uzbekistan. Tamerlani di ieri e di oggi

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di Nicoletta Martelletto

TASHKENT (UZBEKISTAN)

Giornali in giro se ne vedono di rado. In Tv vanno forte i talent in versione americana ma anche i quiz alla Bongiorno con militari in uniforme in gara. Non si possono scattare foto ai palazzi del potere e ai ministeri nella capitale. Vietato introdurre droni nel Paese: ed è un peccato perchè le riprese dall’alto sulle antiche città carovaniere sarebbero spettacolari. La metropolitana, bellissima, unica in Asia centrale, con stazioni decorate come salotti sia pure di stampo sovietico, è presidiata permanentemente dalla polizia. La rete internet va a singhiozzo ed è sotto controllo governativo. Al cambio sembra di diventare miliardari: diecimila ”sum” equivalgono ad un euro. E si gira con una pacco di soldi in carta davvero fuori luogo.

Nonostante tutto questo l’Uzbekistan è un Paese più che intrigante e sotto il profilo geopolitico importante negli equilibri tra Oriente ed Occidente.

Se ne parla in questi giorni a proposito dell’attentatore di New York, quarto uzbeko di cui l’Isis rivendica le gesta terroristiche: ne ha preso le distanze subito il suo Paese natale, che proprio contro il radicalismo islamico ha orientato la sua politica più repressiva già dal 1991 – quando avvenne il distacco dall’Unione Sovietica – contro l’Hizb Ut-Tahrir, il Movimento islamico di liberazione, e sopratutto contro l’Imu, il Movimento islamico dell’Uzbekistan, quest’ultimo in contatto con i talebani dell’Afghanistan. L’Islam è tollerato, c’è costituzionalmente libertà religiosa ma proprio il presidente uzbeko Islom Karimov rimasto in carica fino alla morte nel 2016 è stato considerato il nemico numero uno dell’Islam dopo il comunismo.

L’Uzbekistan ospita un campionario di moschee e di madrasse, le scuole coraniche, tra i più belli al mondo: sono l’esito dei califfati e degli imperi islamici che si sono innestati dal ’700 in poi su un passato di sincretismo religioso, poi di monoteismo e di zoroastrismo. Ebbene quelle meraviglie dalle cupole blu come il cielo sono vuote di allievi o popolate di fedeli moderati. Perchélo Stato è laico ma nomina gli iman con una legge che risale al 1998, la tolleranza è la regola, il velo diventa un fazzoletto per raccogliere i capelli. Tranne che nella Valle di Fergana, al confine tra Uzbekistan e Kirghizistan, dove sarebbero in attività almeno otto scuole coraniche. Secondo i rapporti della ong Human Rights Watch ci sarebbero dalle 15 alle 18 mila persone ritenute pericolose nelle liste aggiornate dal governo. E sarebbero 500 gli uzbeki arruolati ufficialmente nelle file dell’Isis in Iraq e Siria.

La meglio gioventù se ne va (due milioni sono in Russia), per la difficile situazione economica, e tra gli emigrati il rischio della radicalizzazione all’estero è molto forte: all’indomani dell’attentato, il presidente attuale – eletto giusto un anno fa – Shavkat Mirziyoyev, già braccio destro di Karimov, ha condannato l’episodio e offerto ogni forma di collaborazione agli Usa. In settembre all’Onu aveva dichiarato sostegno «alle scelte intraprese dalla nuova guida delle Nazioni Unite per migliorare il sistema di controllo». Il mese dopo, durante un viaggio in Turchia, ha portato a casa un accordo per la produzione di blindati in Uzbekistan per conto di Erdogan. Mirziyoyev si sta muovendo ad ampio raggio nelle relazioni con i confinanti dell’ex Turkestan per portare fuori il paese dalle secche, da un reddito medio al limite della sopravvivenza (150 dollari al mese), dal centralismo che finora ha impedito privatizzazioni assennate e soprattutto gli investimenti stranieri. Oro, gas e cotone sono le grandi ricchezze dei vecchi e nuovi Tamerlani. Anche sul fronte della discussa monocoltura del cotone grezzo – che costringeva centinaia di migliaia di uzbeki al lavoro coatto in settembre – si sono registrate aperture nelle ultime stagioni, insieme a potenti piani di investimento sul tema dei trasporti: entro il 2021 il governo vuole estendere ad altri centri del Paese la linea ferroviaria veloce che oggi collega solo Tashkent a Samarcanda. Charter verso l’Europa (l’abolizione del visto d’ingresso per gli italiani dovrebbe avvenire dal gennaio 2018) e più voli di linea da Milano e Roma sono progettati per un forte incremento del turismo. Insieme ad una maxi attrazione dedicata ad hotel, sport e wellness chiamata Samarkanda City. Che per altro non potrà mai competere col fascino – questo sì radicale – delle città di Amir Tamur, il padre della patria, turco mongolo alla guida di un impero dalla Turchia alla Cina, che oltre alla guerra investì in cultura e bellezza.

 

Articolo pubblicato al link:

http://www.ilgiornaledivicenza.it/home/cultura/tamerlani-di-ieri-e-di-oggi-1.6078195

 

 

 

 

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