Il fascino antico della Via della Seta nelle città storiche dell’Uzbekistan

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di Antonio Trentin 

Il cuore antico dell’Uzbekistan pulsa a Samarcanda, nella Gur-e-Amir, la Tomba dell’Emiro tutta mattoni e piastrelle blu, azzurre e bianche, coronata da una meravigliosa cupola di 116 costoloni luccicanti e scortata da due minareti sui quali si rincorrono i nomi divini di Allah.

Lì dentro – tra absidi decorate con muqarnas in stucco a stalattite e pareti in lastre di onice – un enorme blocco di giada-nefrite arrivato dalla Cina, tanto verde scuro da parer nero, segna il luogo della cripta dove da sei secoli giace il corpo di Tamerlano, il condottiero che alla fine del Trecento conquistò il mondo da Costantinopoli ai confini dell’Impero Celeste e dalla Russia all’India del Nord.

tamerlanoÈ a lui – ad Amir Temur sovrano conquistatore e alle sue lontane glorie valorizzate per urgenza nazionalistica – che affida la propria identità storica la moderna O’zbekiston Respublikasi, indipendente dal 1991, cioè dal crollo dell’Unione Sovietica, dopo più di un secolo di dominazione russa.

Le memorie del grande conquistatore. Un triangolo di monumenti di Stato – eretti sotto l’interminabile governo di Islam Karimov durato dalla fedeltà comunista a Mosca fino all’avvento e all’affermarsi della repubblica (1989-2016) – fissa per gli uzbeki e per i visitatori del paese i luoghi della grandezza su cui fondare l’odierno Uzbekistan. Che, molto ridimensionato dalla storia e nella geografia, si allunga per 1500 chilometri dalle steppe presso il Mar Caspio fino ai contrafforti montagnosi verso il Pamir ed è ben lontano dall’essere il centro del mondo e della ricchezza come fu sotto Tamerlano (76° posto per Pil nazionale, meno della Birmania e più della Bulgaria; ma solo 137° per reddito pro capite, circa come il Nicaragua e il Vietnam).

A Shahrisabz, sua città natale nel 1336, il sovrano campeggia al centro di un maxi-riadattamento urbanistico che interpreta con edifici contemporanei l’immensa vastità del suo Palazzo d’Estate, del quale restano pochi ma incredibilmente possenti resti. Samarcanda, che già da secoli era il fulcro della Via della Seta tra Oriente e Mediterraneo e che di Tamerlano fu capitale, gli dedica la solenne raffigurazione in trono, in un crocevia stradale che ricorda perfettamente la funzione della città nei grandi commerci del Medioevo intercontinentale. Tashkent, capitale dal 1930, lo ammira a cavallo, rivolto nella direzione dell’impossibile conquista della Cina, costatagli la vita (1405) nel tentativo di emulare Gengis Khan di cui vantava la discendenza.

Le quattro città Patrimonio dell’Unesco. Viaggiare da turisti per l’Uzbekistan, accompagnati dall’onnipresenza di Tamerlano, vuole dire oggi muoversi fra tre panorami visuali distinti. Il primo è quello delle vestigia antiche, molto ampiamente e altrettanto abilmente restaurate con rigore filologico, orgogliose testimonianze di grandeur trapassate. Il secondo è quello dell’edilizia contemporanea in stile centroasiatico, un po’ funzionale, un po’ ridondante, che sta sostituendo il look dell’èra sovietica, sopravvivente nei grandi edifici pubblici. L’ultimo è quello dell’edilizia rural-popolare, essenziale come dappertutto, spesso povera, vista da lontano in pullman o in treno e schivata nei percorsi storico-artistici cittadini.

I poli di visita in Uzbekistan sono essenzialmente urbani – le quattro città storiche principali sono nella lista Unesco: Khiva, Bukhara, Shahrisabz e Samarcanda –  e non c’è un tessuto di buona architettura diffusa nel territorio.

Tra un centro e l’altro  si distendono vastissime steppe semidesertiche, grandi piantagioni di cotone o piatte coltivazioni di cereali. In lontananza montagne scabre e secche, impercorribili. E per qualche tratto il lento corso del fiume Amu-Darja, che fa da confine con il Turkmenistan e non porta più le sue acque (troppo prelevate per lo sfruttamento agricolo) al morente lago di Aral.

Marcano i profili dei centri storici le grandi moschee e le antiche scuole coraniche, tutte con poderosi portali, alte cupole azzurre o verdi e minareti arditi. Non appena ci si spinga un po’ con l’informazione al di là della loro apparente ripetitività, sono una più interessante dell’altra.

La piazza del Registan - il Luogo di Sabbia - a Samarcanda

La piazza del Registan – il Luogo di Sabbia – a Samarcanda

Alcuni esempi più eloquenti: le tre storiche madrasse che a Samarcanda inquadrano il Registan, la piazza più bella del Centro Asia; la grande moschea Kok-Gumbaz costruita a Shahrisabz da Uluğ Bek nipote di Tamerlano e astronomo famoso fino in Europa; il recente complesso universitario islamico di Tashkent, dove i motivi decorativi del passato e le rinnovate tecniche di carpenteria artistica sono riproposti in una cornice di lindore architettonico.

Il mercato centrale di Samarcanda

Samarcanda: bazar presso la moschea di Bibi-Khanim moglie di Tamerlano

Gli sterminati bazar centrali delle città maggiori non vivono il bailamme pittoresco, e igienicamente precario, dei mercati maghrebini e mediorientali.

Sono stati sanificati, razionalizzati e cementizzati in tempi di regime comunista, quando erano l’espressione della sopravvivente piccola iniziativa economica personale e famigliare.

E però non difettano certo né degli odori e colori di cibi, tessuti e manufatti artigianali né dei volti di venditori in schiera e compratori in incessante movimento: un gran bel caos controllato, capace di scatenare le voglie spenderecce e i click fotografici dei turisti.

Bukhara e Khiva, l’antica capitale e l’ultima città murata. Al centro e all’ovest del paese, Bukhara e Khiva – tappe antiche lungo la Via della Seta che fu percorsa per un millennio e mezzo prima della decadenza come corridoio commerciale dall’Asia – mostrano due diversi volti del proporsi al turismo internazionale dell’Uzbekistan storico-artistico odierno.

Uzbekistan samarcanda ark

L’ingresso all’Ark, la cittadella centro politico di Bukhara

Bukhara, una delle più antiche città del continente e capitale dell’unico emirato uzbeko indipendente anche in tempi di conquiste della Russia zarista, ha il suo sito più prezioso nell’Ark, la cittadella.

Un groviglio di palazzi e palazzetti ripropone l’atmosfera del tempo in cui i khan amministravano le ricchezze del territorio, fino al 1920 e all’arrivo dei bolscevichi,

Lo facevano soprattutto calcolando il prezzo dei lasciapassare daziari per mercanti e carovane, la loro fonte principale di ricchezza. Gli uni e le altre, però, diventarono via via sempre meno numerosi, e meno paganti, per l’inaridirsi dei traffici legati alla seta, dopo l’affermarsi in Occidente (XV-XV secolo) dell’allevamento dei bachi e della produzione del ricco filato. C’entrò parecchio, però, anche il ripristinarsi dal XVI secolo – dopo i grandi imperi “aperti” di Gengis Khan e Tamerlano – delle consuetudini di tipo feudale (ogni khanato autonomo imponeva i propri balzelli commerciali) che alla fine si ritorsero contro i khan stessi.

Bukhara, sovrastata dall’alto minareto Minara-i Kalan, allinea tutta una serie di luoghi illustri del suo tempo migliore: dal complesso di Lyab-i-Hauz, calamita per bukharesi e ospiti stranieri, alla madrassa Chor-Minor, con i quattro minareti dedicati alle quattro figlie del costruttore; dal mausoleo di Ismail Samani del X secolo, merlettato in mattoni, alla scuola religiosa anche qui costruita da Uluğ Bek sovrano scienziato.

Un’alacre attività di edilizia commerciale sta rapidamente “riambientando” le preziosità artistiche e architettoniche. Come? Attraverso la sistemazione in stile Via della Seta di sempre più numerose porzioni di povere casette popolari, caravanserragli scalcinati e bazar malandati. Obiettivo a medio termine: spostare dai luoghi monumentali la miriade di venditori di sciarpe, bamboline e bigiotteria che li affolla, e dare una dignità “musealizzata” ai siti oggi dati in affitto dallo Stato per recuperare introiti.

L'Itchan-Kala dall'alto della Kuhna Ark, la fortezza interna

L’Itchan-Kala dalla Kuhna Ark, la fortezza di Khiva antica

Khiva, invece,  appare come una gemma intatta, dalla rara unità urbanistica e ambientale, frutto dei cospicui e salvifici restauri degli anni Settanta.

La si ritrova ferma a metà Ottocento, chiusa nelle sue larghe mura a scarpata. Ma le suggestioni di Itchan-Kala – così si chiama il suo nucleo antico – si spingono molto più indietro, fino alla stagione ricca e potente in cui fu iniziato quello che doveva essere, il minareto più alto dell’Islam (70 metri), il Kaltaminor di cui resta la possente base a grandi fasce nelle tinte del blu (foto sopra, in apertura).

Uzbekistan Le mura di Itchan-Kala a Khiva

Itchan-Kala, ultima tappa della Via della Seta prima della Persia

Lungo le sue fortificazioni antiche e tra le vie che si aprono su piccole piazze di moschee e madrasse, prevale l’ocra chiaro dei mattoni e degli intonaci in argilla e paglia.

I colori stanno all’interno, celati e spettacolari.

Nelle moschee d’estate, con le loro alte colonne intagliate in legno di olmo o di sandalo portato da lontanissimo, di sorprendente bellezza quando le si scopre luminose dentro i cortili chiusi tra alti muri.

Un’artista nel cortile del palazzo del khan

O nei recinti delle grandi scuole islamiche, dove per cinque secoli i ragazzi entravano per studiare da imam, mentre oggi ci sono botteghe di imperversanti souvenir, baretti appartati dove sorseggiare tè verde o caffè turco e piccole platee per spettacoli di arte funambolica.

Oppure nel grande cortile con i porticati piastrellati di cobalto e negli intricati corridoi del palazzo del khan – quasi una piccola città nella città, inimmaginabile da fuori – e sui balconi del suo harem segreto, costruito per quattro mogli e quaranta concubine.

 

Articolo pubblicato al link: http://www.viaggiegusti.it/aaa-in-evidenza/fascino-antico-della-via-della-seta-nelle-citta-storiche-delluzbekistan/

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