Etiopia, Valle dell’Omo

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Testo e foto di Graziella Leporati

 

La Valle dell’Omo, nel sud dell’Etiopia, è un paesaggio  sorprendente  per le mille sfumature di verde che spuntano da un terra rosso fuoco. Qui, dove il tempo sembra essersi fermato, la cultura tribale è ancora viva ed emerge prepotente negli incontri con  varie etnie, come gli Hamer e i Mursi, artisti nella decorazione e nella scarificazione del corpo. E’ l’Africa delle nostre fantasie, l’Africa del grande cinema e dei documentari. Ci dirigiamo  là dove le colline incontrano le sterminate piane che si estendono a sud fino a oltre il confine keniota. Terra di paesaggi primordiali, fatta di bush e cieli immensi, la Valle dell’Omo prende il nome dal fiume che dopo un percorso di circa mille km sfocia nel Lago Turkana in Kenya ed è un territorio molto vario che va dalle aride pianure della savana alla foresta pluviale che costeggia i fiumi Omo e Mago.  Il fiume, inoltre, segna il confine tra i due parchi più vasti e selvaggi d’Etiopia: il Parco Nazionale dell’Omo, sulla riva occidentale, e il Parco Nazionale del Mago, sulla riva orientale. Selvaggi, indisturbati e poco visitati, i parchi, oltre a vantare una notevole varietà di animali, sono anche abitati da interessanti popolazioni. E’ nell’ultima parte del corso del fiume Omo, infatti, che vivono alcuni dei gruppi etnici più affascinanti e particolari: i Mursi e gli Tsemay, i Karo e i Geleb, i Banna e gli Hamer, gli Arbore e i Borana, i Konso e i Dosez.

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Il tuffo nella preistoria  – proposto da “I Viaggi di Maurizio Levi”  (www.viaggilevi.com) pluricollaudato in materia di tour avventura di un certo livello – comincia ad Addis Abeba dove si atterra con un comodo volo di Ethiopian Air Line con sedili larghi e comodi anche in Economy e un servizio di bordo curato a partire dal menù. Per visitare la Rift Valley e scoprire le tribù che vivono ancora secondo la tradizione, con le loro scarificazioni corporee e i famosi piattelli labiali delle donne in  un luogo fuori dal tempo, in cui i culti e le credenze religiose sono quelle ancestrali e le leggi le detta la natura, è indispensabile affidarsi a chi i luoghi li conosce e ha mezzi e autisti collaudati: la Green Land Tours&Hotels di Dario Morello. Una garanzia per affrontare in piena sicurezza un viaggio avventuroso nella patria della mitica regina di Saba. Lasciata la capitale, si entra nella zona dei laghi, si attraversa Shashemene, terra dei Rastafari etiopi.La cittadina infatti accoglie una delle più grandi comunità rasta del mondo al di fuori della Jamaica, da quando il negus Hailè Selassie (il cui nome di battesimo era per l’appunto Ras Tafari Makonnen) donò delle terre intorno alla cittadina affinché la diaspora degli africani nelle Americhe potesse ritrovare nell’Etiopia la ‘terra promessa’. Attraversando colline ricoperte da ensete – il falso banano – si arriva ad Arba Minch che domina le acque rosate del lago Abaya e quelle azzurre del Lago Chamo, separati da un lembo di terra e ricchi di ippopotami e di enormi coccodrilli.
L’avventura di un viaggio ricco di emozioni  e di suggestioni entra nel vivo salendo sulla montagna a 2000 metri  fino al villaggio  Chencha,  dei Dorze. Le loro capanne sono grandi (hanno un altezza media di 7-8 metri), di fattura accurata, costituite da un’intelaiatura di bambù e ricoperte da foglie di banano. Sono facilmente riconoscibili dal loro profilo, con l’ingresso a forma di naso . Questa etnia si occupa prevalentemente della filatura e della tessitura a mano del cotone, tanto è vero che qui è possibile acquistare alcuni dei migliori tessuti di cotone di tutto il paese, completamente bianchi o con coloratissimi motivi. Tutte le capanne hanno un piccolo giardino attiguo e attorno si coltiva il falso banano, un albero dalle cui radici estraggono una polpa che viene macerata e utilizzata per preparare il kotcho, il pane tradizionale di sapore acidulo, o per essere fermentata, dando luogo a una bevanda fortemente alcolica. Il percorso prosegue verso sud , verso la cittadina di Konso che prende il nome dall’etnia che popola queste terre.

I Konso sono agricoltori stanziali che coltivano i campi a terrazzamento, sfruttando e contenendo le piogge. Furono i primi in Africa a praticare con ingegno questo metodo di coltivazione e grazie anche alla loro abilità di tessitori, vasai e ottimi artigiani, forniscono ai Borana – un gruppo etnico confinante – alcuni prodotti e utensili indispensabili per le loro attività quotidiane. I villaggi Konso sono arroccati sull’alto delle falesie oppure attorno a picchi dominanti le valli circostanti ecostituiscono un esempio di architettura primitiva tra i più interessanti per accuratezza di finiture e concezione distributiva dei recinti familiari, comprendenti  le diverse unità-capanne divise per funzioni (granai, depositi, cucina, abitazioni). Per entrare nel villaggio il percorso è obbligato: ciascun ingresso è caratterizzato dalla presenza di una capanna con volta enorme che è il centro della vita sociale, la casa dove gli anziani si riuniscono per prendere tutte le decisioni della comunità. Ogni villaggio dispone di uno spiazzo che funge da luogo per incontri o le feste. Proseguendo lungo il tragitto gradualmente si scende di quota, la vegetazione cambia e cominciano ad apparire le acacie ombrellifere che caratterizzano le grandi pianure del Sud. Si incontrano così i villaggi della tribù Arbore, pastori nomadi di ceppo Borana e discendenti dagli Oromo, che vivono in tukul costruiti con steli di papiro, una tecnica costruttiva che mantiene fresco l’ambiente grazie a scambi di aria. Le donne Arbore spesso si riconoscono dal fatto che indossano una lunga gonna, si adornano il capo con una tipica acconciatura di piccole trecce molto sottili che lasciano in evidenza una linea laterale sul capo e s’impreziosiscono con monili d’alluminio e grandi e lunghe collane di perline coloratissime.  La prossima meta è il Mago National Park, vasta area protetta dove vivono timide scimmie colubus, antilopi, gazzelle e bufali (piuttosto rari gli altri animali come elefanti e leoni). Percorrendo una tortuosa pista attraverso il Parco, si raggiungono gli isolati villaggi Mursi. L’incontro con questa popolazione, di ceppo linguistico nilo-sahariano, è di estremo interesse anche se, proprio per la loro primitiva integrità e rudezza, l’approccio non sempre è facile. Si viene attorniati dagli abitanti del villaggio che, con una certa insistenza, chiedono i “birr”, la moneta etiope, per essere fotografati. Sono decisamente imponenti e impressionanti con i loro corpi e visi dipinti, le scarificazioni e le fantasiose acconciature che portano sul capo. Spesso sono anche armati con kaòashnikov, più per costume che per un uso vero e proprio.  Le donne, sempre a seno nudo, e anch’esse con numerose scarificazioni corporee, credono di essere più belle portando dei  piattelli di argilla sul labbro inferiore. Lasciati i Mursi si raggiunge Turmi, un grosso villaggio abitato dagli Hamer, di ceppo omotico, una delle etnie più interessanti della valle dell’Omo, che vive ancora con tradizioni e abbigliamento primitivi. Le donne, molto belle, portano i capelli a caschetto con lunghe treccioline ingrassate e colorate e vestono con pelli di capra. Gli Hamer sono ospitali e sono famosi per la  cerimonia del “salto del toro”. E’ una prova di abilità e coraggio che una volta superata decreta il passaggio di un giovane allo status di adulto, consentendogli di poter prender moglie e crearsi una famiglia: consiste nel saltare completamente nudo sopra la schiena di una fila di tori affiancati e tenuti fermi per le corna dagli altri adulti del villaggio e ripetendo la prova più volte. Un insuccesso nel salto dei tori sancisce l’allontanamento del giovane dal villaggio, con disonore e – soprattutto – senza la possibilità di costruirsi una famiglia.

A Turni vale la pena di non perdersi il mercato. Si ha la sensazione di trovarsi nel passato più lontano, assistendo alla compravendita e al baratto di oggetti d’artigianato e prodotti della terra che ciascuno ha portato a piedi dal proprio villaggio, a volte lontano anche decine di chilometri. Le donne Hamer, sicuramente le più imponenti, raggiungono il mercato agghindate nelle loro acconciature più scenografiche per far mostra di sé e contrattano indisturbate le mercanzie in esposizione, povere e di uso quotidiano: miele, bucce di caffè, qualche cereale, ortaggi, spezie e pelli, latte, burro,  polvere color ocra che viene mescolata con grasso animale per decorarsi il corpo. Si trovano in vendita anche e le zucche incise utilizzate dalle donne come contenitori. Come in tutti i mercati la contrattazione è d’obbligo.
Attraverso la savana si raggiunge il territorio delle tribù Karo, che si sviluppa lungo le sponde dell’Omo, popolazione di ceppo omotico che vive in minuscoli villaggi di capanne di forma circolare divise in due zone separate da un grande spiazzo centrale. I granai per la conservazione del miglio e del sorgo poggiano su un ripiano in legno che li isola dal suolo. Il tetto conico copre i muri circolari costruiti con frasche intrecciate con molta cura. Ormai ridotti ad alcune centinaia di individui, i Karo hanno una struttura atletica con un’altezza media di un metro e novanta. Gli uomini hanno una cura tutta particolare per quanto riguarda l’acconciatura che viene studiata nei minimi dettagli con pettinature stravaganti. I capelli impastati di grasso animale mescolato con l’argilla e le decorazioni del volto e del corpo che vengono create con calce bianca, minerali polverizzati e con disegni che riproducono il piumaggio di uccelli della savana.

 

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