Da Ponza a Ventotene un tuffo nel mito

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di Elena Barassi

Il vento mi scompiglia dolcemente i capelli, mentre l’odore salmastro mi entra, quasi inaspettato, nelle narici. Lascio alle spalle il Promontorio del Circeo e all’orizzonte, tra il mare Tirreno, che qui si tinge di un blu intenso, e un cielo dalle nuances turchine, si delinea la sagoma stretta e lunga dell’isola di Ponza. Una terra ancora selvaggia, dove miti, leggende e storia continuano a intrecciarsi. Un’isola incantata, l’antica Eea. Qui Ulisse sostò a lungo, ammaliato dalla maga Circe. L’arrivo all’antico porto borbonico dell’isola mi coglie impreparata. Piccole case color pastello, che sembrano attaccate per un soffio a questa terra di roccia vulcanica. E una vegetazione di macchia mediterranea dalla quale spuntano i gialli intensi delle ginestre, delle euforbie e degli elicrisi, che in questa zona crescono spontanei.

AI FARAGLIONI DELLA MADONNA PER IL MARE BLU Attraccate in lunghe file ordinate, le barche dei tantissimi pescatori. Poco distante, i piccoli gozzi e le barche a vela. La luce del tardo pomeriggio e la trasparenza dell’acqua sono un richiamo irresistibile. Così, mi faccio condurre via mare fino alle grotte di Pilato, una delle molte testimonianze di epoca romana. Come lo è la cisterna Dragonara, interamente scavata nel tufo e affrescata in maniera esemplare.
Il sole sta per calare e sebbene sia quasi buio, mi arrampico sulle rocce frastagliate, immaginando la vita degli antichi romani che proprio qui, all’ombra delle grotte, facevano il bagno, allevavano le murene, si dedicavano ai riti propiziatori. Poco distante, le limpide acque che lambiscono i Faraglioni della Madonna e che a est proteggono la rada di Ponza, mi invitano a un irrinunciabile tuffo nel blu. Poi, lungo una ripida stradina, salgo verso il paese, per ammirare dall’alto il punto più spettacolare dell’isola, la spiaggia di Chiaia di Luna, con il suo profilo a falce e la falesia a più di 100 metri a picco sul mare.

Isola dei vip e dell’aristocrazia europea, Ponza è un punto di riferimento anche per i velisti e gli appassionati di immersioni. E la notte, lontana dalla movida della terraferma, regala grandi emozioni: lo sciabordio delle onde, il piacere della tradizione culinaria locale, a base di ottimo pesce. Scelgo Orèstorante, un posticino fantastico. Un intrico di terrazze dal quale mi godo una straordinaria vista sul porto e una gustosa cucina.

Le isole pontine si vivono intensamente di giorno, dall’alba, quando il sole si alza piano dalle acque.Vista la conformazione frastagliata e rocciosa delle coste, affittare una barca è il modo migliore per visitare l’isola. Io faccio il primo bagno nei pressi della Secca dei Mattoni: il top, secondo i sub, per via del relitto di una nave romana, al cui interno sono ancora visibili le anfore e il vasellame. A fianco, i leggendari Faraglioni di Lucia Rosa, in memoria di una fanciulla che per amore si lasciò cadere dagli scogli: un groviglio di cunicoli scavati dal mare. Poco più avanti, poi, arriva la vera sorpresa: Cala Feola, un’insenatura fatta di sabbia e piscine naturali, che si sono formate grazie all’intensa attività vulcanica dell’isola. La meta ideale per rilassarsi. Qui, in ogni caso, le spiagge sono tante: da quella del Frontone, lunga, ampia e sabbiosa (di sera diventa disco- teca), a quella dell’Arco naturale, composta di piccoli ciottoli, a Cala Felce, ghiaiosa. Molte si raggiungono solo via mare, ma i servizi di barche taxi sono tanti e a costi contenuti. Per lo shopping, bisogna invece tornare in paese. Lungo vicolo Pisacane, curioso tra i raffinati costumi di Ludovica L’Amante e i gioielli (niente male anche i sandali!) di Alessandra Ravenna (Cala Corallo), arrivata a Ponza addirittura da New York. Concludo il mio giro, con puntata veloce ad Acqua di Ponza, così da portarmi a casa le fresche fragranze mediterranee.

A CALA DI NAVE PER UNA FANTASTICA IMMERSIONE

Ventotene, la terra di esilio di Agrippina, con il suo porto romano costruito al riparo dai forti venti di Libeccio e Maestrale, è unica. Scavato nel tufo, come pure le bitte e il portico lungo la banchina, conduce a piccole botteghe, dove acquisto le famose lenticchie dell’isola. Per un bagno di sole, scelgo la spiaggia di Cala Nave, che raggiungo attraverso una suggestiva galleria scavata nel tufo. Per le immersioni in questo spettacolare parco marino, opto per la Secca della Molara, il cui nome deriva dal ritrovamento di alcune antiche mole romane. Da non perdere, qui, anche l’isola di Santo Stefano. Oggi è disabitata, ma fino al 1965 sede di un carcere politico d’avanguardia (ci è passato anche Sandro Pertini). Lo visito con Salvatore (chiedete di lui), l’unico ad avere le chiavi, che mi racconta il perché dell’insolita struttura: l’idea era che dovesse assomigliare al Teatro San Carlo di Napoli. Il mio viaggio sta per finire. L’aliscafo mi riporta sulla terraferma e il mio cuore è colmo di emozioni.

Articolo pubblicato su Confidenze

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