A Montalcino tra cantine, musei tesori e opere d’arte

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Castello Banfi

di Elena Pizzetti

 

A 40 anni dalla Docg, il Brunello ha la forza del mito e l’eleganza di un grande ambasciatore del Made in Italy, così come la sua terra, ricca di sorprese

 

 

Dalla terrazza della Tenuta Fanti, l’Abbazia di Sant’Antimo riluce sotto la luna piena come un monile in alabastro. Elisa Fanti, unica donna nel Cda del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, fa gli onori di casa sfoderando un sorriso che ha l’eleganza del suo vino, mentre vengono serviti invitanti pinci fatti rigorosamente a mano.

Montalcino, la Fortezza

Una terra baciata dagli dei Montalcino, che i suoi abitanti hanno saputo preservare. “Il sindaco Raffaelli Ilio, negli anni ’60 riuscì a evitare l’ingresso dell’industria e a mantenere la vocazione agricola del territorio” spiega Fabrizio Bindocci, presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino.

Vigne a Montalcino

Padri illuminati di una rinascita miracolosa avvenuta grazie al vino: prima Doc nazionale nel 1966, quest’anno festeggia i 40 anni della Docg (ottenuta insieme al Barolo e al Nobile di Montepulciano). E il vino, grato, ha ripagato chi ha creduto in lui: “Un ettaro di vigneto oggi è in grado di sfiorare il milione di euro, il 4.500% in più rispetto a cinquant’anni fa” spiega il presidente.

250 produttori di Brunello in un comprensorio di 31mila ettari, di cui solo il 15% è coperto da vigne, la metà da boschi, il 10% da oliveti e il resto da pascoli e altre coltivazioni. L’armonia risiede nella varietà del paesaggio, e gli agricoltori ne sono le sentinelle. Filari ordinati che ricamano le colline e file di cipressi che accompagnano a pievi e casolari solitari, tra campi e oliveti, compongono quadri rinascimentali perfetti. Sono tanti i sentieri che attraversano questo “distillato” di Toscana: uno fra tutti la variante della via Francigena che da Montalcino conduce all’Abbazia di Sant’Antimo lungo una via forestale.

Abbazia di Sant’Antimo

Dall’agriturismo Il Cocco, attraversa il pittoresco borgo di Villa a Tolli e si immerge nei fitti boschi di leccio da cui il nome Mons Ilcinus, Monte dei lecci. Dopo 4 km è la poesia di Sant’Antimo ad aleggiare su tutto: la leggenda della sua origine carolingia, il grande matroneo insieme alla sagrestia e all’appartamento del Vescovo, oggi vistabili perché i monaci se ne sono andati, e con loro i canti gregoriani, che sembrano ancora echeggiare tra l’alabastro e la pietra.

Vicino, il Museo della Comunità di Montalcino e del Brunello, presso la Fattoria dei Barbi, nato dalla ricerca del suo proprietario Stefano Cinelli Colombini, vicepresidente del Consorzio, narra l’operosità della vita mezzadrile, l’avvento del Brunello e i suoi pionieri, i microclimi del terroir, i tanti primati. Dopo aver visitato la cantina storica, è la gioia della tavola toscana più genuina a irrompere nel calore della Taverna dei Barbi.

Taverna dei Barbi

Un altro museo collegato all’enologia è quello della Bottiglia e del vetro del Castello di Poggio alle Mura (con pregevole collezione di vetri romani) presso l’azienda Banfi, un eno-impero da visitare con calma, tra il Castello e il Borgo (un Relais & Châteaux), l’enoteca, la taverna, la balsameria, l’imponente cantina e la sua storia, iniziata nel 1978 grazie ai fratelli italoamericani John e Harry Mariani, affiancati da Ezio Rivella, tra i più grandi enologi italiani.

Ma Montalcino non è solo Brunello: l’oro rosso, lo zafferano, presente in Val d’Orcia dal XVI secolo, come la Trippa e altre specialità dimostrano, è stato riscoperto e “viene raccolto tra ottobre e novembre all’alba” spiegano nel laboratorio Pura Crocus.

Lo zafferano di Pura Crocus

Sempre oro, ma giallo, il miele viene prodotto dagli stessi viticoltori che affiancano le arnie alle vigne, come succede all’Azienda Agraria Villa I Cipressi. Molto prelibati il tartufo bianco delle crete senesi di San Giovanni d’Asso, e il pecorino di Montalcino, prodotto dagli entusiasti fratelli Chironi, con la maestria tramandata dal nonno sardo nel loro caseificio Fior di Montalcino, dove allevano pecore e capre.

Giovanni Chironi, Fior di Montalcino

Dal Brunello e dalla tavola all’arte. Tra i tanti tesori del centro storico, è imperdibile il Museo Civico e Diocesano di Montalcino che, oltre a opere di artisti senesi del ‘400 e ‘500, a due volumi della Bibbia miniata, ai crocifissi di Sant’Antimo e del Giambologna, custodisce una collezione di sculture lignee medievali di rara bellezza.

 

Museo Civico e Diocesano di Montalcino

Si cena da Boccon di Vino e al ristorante dell’albergo Giglio, dove si dorme con vista sulla Val d’Orcia; spettacolare quella dall’Hotel dei Capitani. Info: www.consorziobrunellodimontalcino.it.

Articolo pubblicato su Il Giornale l’8 novembre 2020

 

 

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